La ricerca del bello

L’evoluzione dell’uomo in tutta la sua storia, ha una costante…la ricerca del bello.
Ma ci siamo mai chiesti cos’è il bello? Una locuzione latina recita così: “De gustibus non est disputandum” ovvero; “Sui gusti non si deve discutere”. Secondo Plutarco questa frase fu detta dal grande Giulio Cesare difronte ad un piatto di asparagi al burro, pare che i generali romani suoi commensali, non apprezzarono l’utilizzo del burro in quanto abituati all’olio e così l’imperatore per placare gli animi dei presenti, recitò la frase che oggi molti utilizzano in forma “ellittica”…De gustibus.

Detto questo, ognuno potrebbe adesso affermare che non esiste un vero e proprio canone di bellezza e che tutto è relativo. In effetti è così ma ci sono delle regole che se pur stravolte da grandi artisti, dovrebbero rappresentare la struttura della nostra “capacità cognitiva” che ci permette di giudicare un’opera, un oggetto un manufatto e di saperne collocare la sua posizione nella sfera del bello, o del brutto.
Partiamo dal presupposto che il nostro cervello non è altro che un computer che elabora dei dati (sarebbe forse il caso di dire il contrario, ovvero che un computer tenta di assomigliare al nostro cervello) e i dati non sono altro che numeri, sequenze di numeri che compongono tutto quello che ci circonda, rapporti e proporzioni. Quindi alla base della bellezza c’è la matematica!!! Molti di voi obietteranno dicendo che la bellezza è un qualcosa di irrazionale…certo, ma anche la matematica può esserlo.

Esiste un numero irrazionale (1,6180339887…) più conosciuto come Sezione Aurea o Costante di Fidia, che ci indica il canone di bellezza oggettiva.
Gli antichi greci, ma anche gli egizi, così come i babilonesi utilizzavano questo “rapporto matematico” in maniera forse inconsapevole, ma un ruolo fondamentale lo hanno giocato gli italiani nel rinascimento.
Nel 1509 Luca Pacioli, pubblica il “De divina proportione” un libro nel quale si divulgava a una vasta platea di intellettuali l’esistenza del numero e di alcune delle sue numerose proprietà, fino ad allora appannaggio soltanto di una più ristretta cerchia di specialisti. Il medesimo libro sostituiva inoltre la definizione euclidea, unica dicitura col quale il numero veniva chiamato, reinventandone una completamente nuova, cioè proporzione divina, dove l’aggettivo “divina” è dovuto a un accostamento tra la proprietà di irrazionalità del numero (che lo rende compiutamente inesprimibile per mezzo di una ratio o frazione) e l’inconoscibilità del divino per mezzo della ragione umana:
“Commo Idio propriamente non se po diffinire ne per parolle a noi intendere, così questa nostra proportione non se po mai per numero intendibile asegnare, né per quantità alcuna rationale exprimere, ma sempre fia occulta e secreta e da li mathematici chiamata irrationale.”
Ora abbiamo, almeno in linea teorica, un parametro che può aiutarci a scindere il bello dal brutto, ma è solo l’inizio di un percorso che ha più sfaccettature di un diamante.
Ma di questo parleremo nel prossimo articolo…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *